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La pista venne costruita nel 1950, la prima tribuna nel 1958, la parte in muratura e il tetto nel 1968: era inutilizzato dal 1991 Ultimo atto per il tempio dell’hockey Abbattuto lo scheletro del “Revellino”, storia dello sport lodigiano LODI - Il “Revellino” se ne va per sempre portandosi dietro l'amarezza e i ricordi di tanti protagonisti che lo hanno vissuto. A cominciare da Vittorio Gasparini, ex giocatore e figlio dello storico presidente dell’Amatori Aurelio: «Per me è una bruttissima giornata, vuol dire far morire in me anche l'ultima piccola speranza di rivederlo utilizzato. Ci abito di fronte e vederlo lì, anche se dismesso e ormai ridotto a scheletro, mi tranquillizzava. Ora mi rendo davvero conto che è finita un'era. Se ne va un pezzo di casa mia, un luogo dove da piccoli io e mio fratello restavamo per ore. Dal punto di vista sportivo era una forza per noi lodigiani e il terrore delle squadre avversarie: era un'icona, un palazzetto caldo d'estate e freddo d'inverno. Ricordo che qualche anno fa ci portavo mio figlio a pattinare, era come tornare indietro nel tempo e rivivere quell'atmosfera unica e irripetibile che si respirava al “Revellino”». Amareggiato anche Rinaldo Uggeri che al “PalaRiboni” vinse uno scudetto da giocatore e una coppa europea da allenatore: «Se ne va un pezzo di cuore. Ho fatto lì le prime pattinate, ho vissuto la pista all'aperto e ho ricordi memorabili legati a quel posto: le “torcide” del sabato sera, la gente arrampicata sulle transenne e tutta l'atmosfera che si respirava che è tutt'ora impossibile ricreare. E poi i successi da giocatore e allenatore, lo scudetto, la Coppa Cers e le innumerevoli battaglie vinte. Sono più di dieci anni che andando alla Canottieri evito di passare di lì perché vederlo in quelle condizioni mi fa soffrire e oggi ancora di più mi si stringe il cuore perché con il “Revellino” se ne va un pezzo di storia dell'hockey italiano». Deluso anche Marino Severgnini, altro storico scudettato giallorosso, oggi direttore tecnico del nuovo Amatori Sporting: «È la fine di un tempio vincente. Era un palazzetto che faceva paura a tutti. Ricordo tutto, anche quando c'era l'anello su cui un po' tutti abbiamo iniziato a correre, il pattinaggio artistico e poi naturalmente le nostre vittorie. Ho iniziato a giocare per non retrocedere, è finita che ho vinto uno scudetto. Ora spero solo che il Comune faccia qualcosa per far crescere questo sport che a Lodi è in assoluto il numero uno allestendo una pista, anche piccola, per far pattinare i ragazzini». Dello stesso avviso anche Aldo Belli, nato, cresciuto e divenuto fenomeno nel vecchio “Revellino”: «Porto con me tantissimi ricordi legati alla mia infanzia, al bar gestito da mia madre sempre affollatissimo nelle sere d'estate, a mio padre e a tutte le partite memorabili giocate in quel palazzetto. Tutte le vittorie dell'hockey lodigiano, tranne la Coppa delle Coppe, sono arrivate lì: faceva paura a tutti, quando si ritrovava di fronte quel muro di gente chiunque sbiancava. È un peccato, perché penso che si sarebbe potuto fare qualcosa di utile per l'hockey anziché lasciarlo morire per poi abbatterlo». Amarezza, delusione e rabbia anche nelle parole di Riccardo Baffelli e Alessandro Folli, due dell’ultima generazione di lodigiani cresciuti in riva all'Adda: «Ho sempre sperato che il tempio dell'hockey a Lodi potesse avere prima o poi una riabilitazione - racconta il “Baffo” -. Invece è stato trattato come un malato terminale, è stato lasciato morire lentamente prima con l'incendio, poi col disuso e ora con la demolizione. È uno scandalo che le istituzioni non abbiano fatto abbastanza per tenere vivo un pezzo di storia di Lodi. Quando il papà di Alessandro gestiva il bar rimanevamo giornate intere a parlare di hockey, a giocare a calcetto, a far serata con vari personaggi che hanno fatto la storia di questo sport. Il “Revellino” era tutto ciò che non è e non potrà mai essere il palazzetto nuovo». «Per noi hockeisti è un reperto storico che viene abbattuto, un catino di tante battaglie - gli fa eco Folli -. Le prime partite ufficiali le ho giocate lì, le vittorie dell'Amatori sono nate lì e per molti l'hockey a Lodi è stato e rimmarrà il “Revellino”. Personalmente ricordo i tanti momenti di tensione prima e dopo le partite, quando mio padre era costretto a chiudere le saracinesche del bar. Per noi ragazzi invece era un po' come l'oratorio di oggi: per me, il “Baffo”, Giaroni, Tavazzi e tanti altri era la seconda casa. Con i miei genitori che gestivano il bar per me è cominciato tutto lì ed è normale che provi un dispiacere enorme». Sorpreso e addolorato dall’Argentina anche Carlos Coria, che nel 1989 da allenatore dell’Amatori, dopo esserne stato per due stagioni straordinario giocatore, visse lo storico passaggio dal “Revellino” al “PalaCastellotti”: «Non ci posso credere - le sue prime parole al telefono -. Sapevo che era in disuso, ma scoprire che sarà abbattuto definitivamente mi addolora. Era una pista magnifica da pattinare e sono triste perché è una parte della mia vita che se ne va». C’è dispiacere anche nelle parole di due ex “nemici” del vetusto palazzetto lodigiano, Pino Marzella e Massimo Mariotti, giocatori che, pur grandissimi, spesso al “Revellino” prendevano botte e gol: «Era la pista più temibile in Italia e per giocarci dovevi avere un gran carattere - le parole dell’ex bomber pugliese -. Il mio ricordo più bello è quando giovanissimo incontrai lì in Coppa Italia il mio idolo Livramento, che mi disse che sarei diventato dopo di lui il giocatore più forte del mondo; il più brutto era ogni volta che col Novara si usciva scortati dalla polizia. Rimpiango di aver fatto lì solo un anno, mi sarebbe piaciuto vivere quell'atmosfera per più tempo». «Era uno di quegli ambienti dove giocare era davvero emozionante - commenta dalla Toscana Mariotti -, giocarci col pubblico a favore doveva essere fantastico, da avversario incuteva timore. Ricordo quella famosa partita col Novara in cui ci picchiarono dal primo all'ultimo minuto. In ogni caso però era sempre bello venirci e sapere che non ci sarà più mi rattrista». Stefano Blanchetti Non meritava questa agonia lunga 17 anni Chi non ha mai varcato le sue porte non può capire. Chi c’è stato almeno una volta probabilmente avrà un groppo in gola. Perché il “Revellino” non era semplicemente un palazzetto che ora non c’è più. Era la casa del nostro hockey. Il tempio sotto le cui volte la Lodi sportiva ha alzato il primo trofeo nazionale della sua storia, la Coppa Italia del 1978, e poi anche il primo a livello internazionale, la Coppa Cers del 1987. E lo scudetto del 1981 porta impresso il nome di Gorizia solo perché il calendario ha voluto così, ma è stato “costruito” gol dopo gol, vittoria dopo vittoria sulle mattonelle del “Revellino”. Era intitolato a Piero Riboni, promettente hockeista lodigiano morto in un incidente stradale e figlio del mitico presidente Carlo; dal 1950 al 1991 ha ospitato i migliori giocatori del mondo, a partire dall’indimenticato Livramento, e i sogni di una città che, come adesso, viveva di hockey. Al “Revellino” si respirava la storia. Fino a ieri, pur ridotto a uno scheletro di ferraglia, era un pezzo della nostra storia. Anche chi scrive, insieme alle giocate di Belli, Fona, Coria o Rocha (ma anche di avversari straordinari come Martinazzo e Marzella), tra le tante cose ricorda le lunghe ore di attesa. Perché al “Revellino” si andava anche due ore prima per trovare posto. E ricorda anche Pierino Folli che all'intervallo entrava in pista a vendere i “Billy”. Andare al “Revellino” il sabato sera non era semplicemente andare a vedere la partita. Era un rito. Irrinunciabile. Ecco perché, più che per la sua scomparsa, oggi più che mai piange il cuore per i diciassette, lunghissimi, anni di agonia a cui è stato costretto. Il “Revellino” proprio non se li meritava. "revellino" LODI - Gli operai hanno smantellato lo scheletro dell'ex “Revellino”. Sono iniziati ieri i lavori per demolire la struttura in metallo dell’antico tempio dell’hockey in città bassa. Nell’ambito del cantiere per la realizzazione dell'argine in sponda sinistra, affidato dal Comune alla I.Ge.Co srl di Piacenza, sono stati abbattuti i resti della storica costruzione che risale al 1950 (fu inaugurata ufficialmente a giugno con una partita amichevole tra i giocatori lodigiani e la nazionale francese, alla presenza del presidente della federazione hockey, Rio). Da anni abbandonato, dopo le ultime partite disputate ormai più di quindici anni fa, dovrà lasciare spazio alla barriera contro le piene e il terreno verrà annesso all’area della piscina “Ferrabini”. Le ruspe dall’ex Sicc sono arrivate ieri al vecchio palazzetto, i cui resti in tempi brevi saranno prelevati per procedere con il cantiere dell’argine.La struttura in origine era scoperta, di dimensioni 18x36 metri, inoltre era circondata da un anello per il pattinaggio e spesso veniva utilizzata anche come pista da ballo all’interno di quello che fino ai primi anni Sessanta era un club privato. Nel 1958 fu costruita la prima tribuna, dieci anni dopo lo spazio fu coperto con il tetto e furono eretti anche la seconda gradinata per i tifosi e gli spogliatoi. Nel 1985 la struttura fu interessata da un ampliamento degli spalti da tutti conosciuti come “tribuna Meazza”, dal nome dell'allora direttore sportivo dell’Amatori, Antonio Meazza. Nel 1989 arrivò poi l’inaugurazione del nuovo palazzetto in via Piermarini (attualmente denominato “PalaCastellotti”). L'Amatori si trasferì subito nel nuovo palazzetto, mentre al “Revellino” continuò a giocare l'Hockey Lodi, fino al 1991. La storica pista era intitolata a Piero Riboni, uno dei giocatori più promettenti dell’hockey lodigiano che morì in un incidente stradale: gli furono dedicati due busti (uno in terracotta e l'altro in bronzo) collocati in una nicchia all'esterno dell'edificio che ospitava il ristorante, ma furono sottratti già negli anni Novanta. Dopo nove anni di mancato utilizzo, nel febbraio del 2000 le coperture in eternit del “Revellino” andarono a fuoco. Durante i lavori di rimozione delle lastre scoppiò un incendio, che per qualche tempo bloccò i lavori. Dopo l’incidente furono anche avanzati progetti per la valorizzazione di quegli spazi e il Comune, sotto la giunta Ferrari, pensò persino di recuperare la pavimentazione e realizzare una pista di pattinaggio. Un piano che però è rimasto nel cassetto e ora si consuma l’ultimo atto di uno degli impianti più datati in città. Della sua struttura rimarrà a pezzi (forse) solo la leggendaria pista in mattonelle, che per metà è stata salvata. Il progetto di palazzo Broletto è di rimuovere a pezzi la costruzione e di consegnarne i resti a chi fosse eventualmente interessato come cimelio e ricordo. Matteo Brunello |
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